Il principio di trasparenza nell’imputazione del reddito delle società di capitali

La norma di cui all’art. 4, comma 1, lett. h), della legge delega per la riforma fiscale (legge 7 aprile 2003, n. 80), prevede “la possibilità per le società di capitali i cui soci siano a loro volta società di capitali residenti, ciascuna con una percentuale di partecipazione non inferiore al 10 per cento, di optare per il regime di trasparenza fiscale delle società di persone”.

L’applicazione di tale disciplina è ammessa in presenza di soci non residenti solo nel caso in cui nei loro confronti non si applichi alcun prelievo sugli utili distribuiti. 
In queste ipotesi “la società che esercita l’opzione garantisce con il proprio patrimonio l’adempimento degli obblighi tributari da parte dei soci”.

Le s.r.l. a compagine sociale ristretta potranno esercitare un’opzione analoga a quella di cui sopra qualora siano detenute “esclusivamente da persone fisiche” e “rientranti nell’ambito di applicazione degli studi di settore”.

Sulla base anche di tali principi è stata elaborata una bozza di nuovo testo unico delle imposte sui redditi, scaricabile dal sito dell’Agenzia delle Entrate e in relazione alla quale l’Esecutivo ha richiesto ai professionisti, alle imprese e a qualsivoglia altro soggetto interessato, di esprimere la propria opinione in vista dell’adozione dei decreti delegati di attuazione.

Con una procedura innovativa e atipica, dunque, il Governo stimola il confronto sulla materia.
All’art. 83 di siffatta bozza si legge: “il reddito imponibile dei soggetti di cui all’art. 82, comma 1, lett. a), al cui capitale sociale partecipano esclusivamente soggetti di cui allo stesso art. 82, comma 1, lettera a) [società di capitali, società cooperative e società di mutua assicurazione], ciascuno con una percentuale dei diritti di voto e di partecipazione agli utili non inferiore al ……. per cento e non superiore al …….. per cento, può essere imputato a ciascun socio, indipendentemente dall’effettiva percezione, proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili”.

L’impiego, nella citata formula, di quest’ultima locuzione (“quota di partecipazione agli utili”) permetterà alle società che intendano fruire di tale strumento di tenere in considerazione, ai fini della ripartizione dei dividendi pro quota, di eventuali deroghe (prescritte nell’atto costitutivo) alla proporzionalità fra conferimenti e quote di capitale spettanti ai soci, secondo quanto ammesso dal nuovo testo dell’art. 2346 c.c. (come riformulato dal D. Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6 e che sarà in vigore dall’1 gennaio 2004).

Gli effetti della recente riforma del diritto societario sono stati tenuti presenti dal redattore della menzionata bozza anche laddove è stato previsto che l’emissione di strumenti finanziari atipici ex art. 2346 precluda la possibilità di fruire del regime in commento.

Nei commi successivi, oltre all’integrale ricezione di quanto statuito dalla legge delega, è previsto, altresì, che l’opzione per la tassazione per trasparenza abbia durata triennale e che, qualora vengano meno gli indicati presupposti, dal periodo d’imposta in cui si verifica tale evento, gli obblighi tributari debbano nuovamente essere assolti secondo le modalità ordinarie. 
Un meccanismo analogo di imputazione del reddito è già operativo, in verità, nel nostro ordinamento, ma solo per le società di persone.

La norma contemplata dall’art. 5 del testo unico delle imposte sui redditi, infatti, nella sua formulazione odierna recita: “i redditi delle società semplici, in nome collettivo e in accomandita semplice residenti nel territorio dello Stato sono imputati a ciascun socio, indipendentemente dalla percezione, proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili”.

Con le indicate riforme si realizzerebbe, pertanto, il superamento di un importante elemento di discrimine fra le due categorie classiche di enti societari.
Sino ad oggi si era ritenuto, infatti, che la ragione dell’utilizzabilità circoscritta del criterio di imputazione del reddito per trasparenza fosse da rinvenirsi nel carattere peculiare che connota le società di persone, indissolubilmente legate, per gli aspetti gestionali, amministrativi e fiscali, al socio/persona fisica.

Nella direzione del superamento di tale concezione si era già espressa, in realtà, la giurisprudenza della Corte di Cassazione, la quale aveva avuto modo di osservare la correttezza del “costante orientamento di questa Corte (cfr.,e pluribus, sent. nn. 780 del 1980, 941 del 1986, 4051 e 4133 del 1987, 11785 del 1990, 2870 del 1992, 5729 e 6225 del 1995), condiviso dal Collegio, secondo cui non può, in principio, escludersi la idoneità della base azionaria ristretta e/o familiare a fondare la presunzione di distribuzione ai soci degli utili non contabilizzati” *1.

Per il tramite della tecnica di accertamento presuntivo di cui agli artt. 39 e 40 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, dunque, già i Giudici Supremi giungevano a riconoscere l’imputabilità diretta dei redditi di una società di capitali a ristretta base partecipativa, se non addirittura a base partecipativa familiare, in virtù di un innegabile legame personale fra la società e i soci/amministratori.

Nel caso di specie, tuttavia, la ratio della disposizione normativa in commento è ben diversa.
Con riferimento alle società di persone è stato osservato come il regime di trasparenza sia imposto in quanto “il legislatore, posto di fronte alla alternatività società/soci ha optato per i soci,riferendo ad essi le fattispecie giuridiche e superando in toto l’elemento organizzazione, che costituisce il fondamento del criterio di trasparenza” *2.

E’ stata, in altra parole, prevista una deroga alla disciplina civilistica, per la quale l’utile rimane nella disponibilità della società fino a che non sia deliberato l’atto di disposizione in occasione del rendiconto annuale, potendosi nella normalità dei casi ipotizzare “l’attribuzione di un reddito ad un soggetto socio che in realtà non realizza alcuna forma di ricchezza in quanto l’utile effettivamente realizzato non è stato ancora distribuito”.

E’ chiaro, dunque, come l’indicato meccanismo operi in via eccezionale e tassativa, perché fondato su una vera e propria presunzione di riconducibilità dei ricavi direttamente ai soci.
Viceversa, la disciplina in via di elaborazione per le società di capitali è di natura opzionale e, pertanto, verosimilmente soggetta al generale regime delle opzioni tributarie di cui al D.P.R. 10 novembre 1997, n. 442.

Essa ha, quindi, una finalità chiaramente agevolativa, da leggersi in combinazione con le previsioni inerenti la c.d. participation exemption ed il consolidato fiscale.

Nella relazione che accompagnava il disegno di legge delega, con riferimento all’istituto di cui si discorre, si legge, a questo proposito, come “l’indeducibilità delle perdite su partecipazioni, conseguenti all’introduzione della “partecipation-exemption”, richiede l’introduzione di opportuni correttivi, per evitare la penalizzazione delle “corporate joint ventures” e, in genere, degli altri accordi che richiedono la costituzione di società di capitali, alla cui compagine sociale partecipano a loro volta altre società di capitali o enti commerciali. In questi casi, gli eventuali risultati negativi della “joint venture” sarebbero infatti fiscalmente irrilevanti per i partners, salva la possibilità per uno solo di questi, ricorrendone le condizioni, di avvalersi del consolidato fiscale. Al fine di rimuovere questo effetto negativo, sarà consentito, in questi casi, di optare per il regime di trasparenza fiscale delle società di persone”.

Il quadro complessivo emergente dalla disamina in corso segnala l’introduzione di una normativa studiata ad hoc per i gruppi societari.

Merita di essere notato che l’impiego dello strumento in parola consentirà di neutralizzare gli effetti negativi dell’abolizione del sistema di credito d’imposta sugli utili distribuiti dai soggetti passivi Irpeg, pure prevista dalla legge delega di riforma fiscale.

Il redattore del provvedimento, infatti, allineando la normativa nazionale a quella di molti altri Paesi a fiscalità evoluta, rimodula gli strumenti di eliminazione della c.d. doppia imposizione sui dividendi societari e cancellando il ristoro totale oggi previsto attraverso il meccanismo del credito d’imposta, introduce per i dividendi in questione un’opzione di limitata esclusione dalla formazione del reddito.

In questo modo permane, comunque, una parziale condizione di duplicazione di imposta, che si eliminerebbe in radice optando, ove fosse possibile, per l’imputazione diretta del reddito ai soci.

Analogo risultato potrebbe essere raggiunto ricorrendo, peraltro, ad ulteriori strumenti che saranno rinvenibili nell’ordinamento dopo l’attuazione della riforma fiscale (consolidato fiscale e nuovo trattamento dei dividendi infragruppo).

Il regime in parola è stato, nel suo complesso, apprezzato dai primi commentatori in quanto costituisce “un progresso sostanziale nella possibilità di effettuare acquisizioni di partecipazioni in società produttive nazionali, sia da parte degli investitori residenti che dei non residenti” e, con riferimento particolare a questi ultimi, l’ammissione a godere della nuova disciplina, dimostra l’attenzione del redattore della riforma al diritto comunitario e ai principi OCSE, che non avrebbero tollerato, in virtù della regola della non discriminazione, l’applicabilità dello stesso solo alle società residenti *3.

*1 Cass., 8 marzo 2000, n. 2606.
*2 BENAZZI, Il principio della trasparenza si estende alle società di capitali, in Corr. Trib., n. 2/2003.
*3 ROSSI – MACCANICO, Riforma del sistema fiscale statale – prospettive della tassazione per trasparenza delle società di capitali, in Il fisco, n. 20/2003

Articolo scritto da Alessandro Galante
Studio legale tributario aziendale Nicodemo – Tel 031/242369

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