La normativa introdotta con il D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6 ed i conferimenti mediante apporto di beni diversi dal denaro: possibili riflessi fiscali

La normativa introdotta con il D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6

Il D.Lgs. n. 6/2003 è stato adottato in attuazione della legge delega 3 ottobre 2001, n. 366, che ha ridisegnato complessivamente la disciplina delle società contenuta nel codice civile.

Fra i vari istituti interessati dalla riforma si segnala, in particolare, quello dei conferimenti: nella delega, tra i criteri che avrebbero dovuto vincolare il Governo nell’emanazione dei provvedimenti attuativi, veniva imposto di “dettare una disciplina dei conferimenti tale da consentire l’acquisizione di ogni elemento utile per il proficuo svolgimento dell’impresa sociale, a condizione che sia garantita l’effettiva formazione del capitale sociale; consentire ai soci di regolare l’incidenza delle rispettive partecipazioni sociali sulla base di scelte contrattuali; semplificare le procedure di valutazione dei conferimenti in natura, nel rispetto del principio di certezza del valore a tutela dei terzi”.

Gli indicati principi hanno trovato recepimento nei nuovi artt. 2342 e ss. del c.c. per le società per azioni e negli artt. 2464 e ss. per le società a responsabilità limitata. 

Con riferimento alle prime, il disposto dell’art. 2346 c.c., commi 2 e ss., nella nuova formulazione, recita “se determinato nello statuto, il valore nominale di ciascuna azione corrisponde ad una frazione del capitale sociale; tale determinazione deve riferirsi senza eccezioni a tutte le azioni emesse dalla società. In mancanza di indicazione del valore nominale delle azioni, le disposizioni che ad esso si riferiscono si applicano con riguardi al loro numero in rapporto al totale delle azioni emesse.

A ciascun socio è assegnato un numero di azioni proporzionale alla parte del capitale sociale sottoscritta e per un valore non superiore a quello del suo conferimento. L’atto costitutivo può prevedere una diversa assegnazione delle azioni.

In nessun caso il valore dei conferimenti può essere complessivamente inferiore all’ammontare globale del capitale sociale.

Resta salva la possibilità che la società, a seguito dell’apporto da parte di soci o di terzi anche di opere o servizi, emetta strumenti finanziari forniti di diritti patrimoniali o di diritti amministrativi, escluso il voto dell’assemblea generale degli azionisti. In tal caso lo statuto ne disciplina le modalità e condizioni di emissione, i diritti che conferiscono, le sanzioni in caso di inadempimento delle prestazioni e, se ammesse, la legge di circolazione (..)”.

La norma di cui all’art. 2464, con riguardo, invece, alle società a responsabilità limitata, prevede che ” (..) possono essere conferiti tutti gli elementi dell’attivo suscettibili di valutazione economica. Se nell’atto costitutivo non è stabilito diversamente, il conferimento deve farsi in danaro.

Alla sottoscrizione dell’atto costitutivo deve essere versato presso una banca almeno il venticinque per cento dei conferimenti in danaro e l’intero soprapprezzo o, nel caso di costituzione con atto unilaterale, il loro intero ammontare. 

Il versamento può essere sostituito dalla stipula, per un importo almeno corrispondente, di una polizza dì assicurazione o di una fideiussione bancaria con le caratteristiche determinate con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri; in tal caso il socio può in ogni momento sostituire la polizza o la fideiussione con il versamento del corrispondente importo in danaro.

Per i conferimenti di beni in natura e di crediti si osservano le disposizioni degli articoli 2254 e 2255. Le quote corrispondenti a tali conferimenti devono essere integralmente liberate al momento della sottoscrizione.
Il conferimento può anche avvenire mediante la prestazione di una polizza di assicurazione o di una fideiussione bancaria con cui vengono garantiti, per l’intero valore ad essi assegnato, gli obblighi assunti dal socio aventi per oggetto la prestazione d’opera o di servizi a favore della società. In tal caso, se l’atto costitutivo lo prevede, la polizza o la fideiussione possono essere sostituite dal socio con il versamento a titolo di cauzione del corrispondente importo in danaro presso la società (..)”.

Anche per i conferimenti nelle società a responsabilità limitata è prevista la possibilità che le quote assegnate non siano proporzionali al valore degli apporti dei soci.
Di fronte a questo scenario, si pongono almeno due problemi di natura essenzialmente tributaria: il primo concerne quali conseguenze fiscali possano prodursi in capo al conferente qualora l’assegnazione di partecipazioni non rifletta, in proporzione al capitale sociale nominale, il valore di quanto è stato conferito.

Il secondo problema afferisce, invece, le conseguenze fiscali dei conferimenti “atipici”, ovvero costituiti non da denaro ma da beni in natura, servizi, o, nel caso delle società a responsabilità limitata, dalla prestazione dell’indicata polizza assicurativa degli obblighi assunti dal socio conferente.

Si precisa che, in ordine alle società per azioni, nonostante la nuova disciplina, come quella previgente, escluda la possibilità di conferire beni o servizi, la norma di cui all’art. 2346 c.c., all’ultimo comma, prevede che a seguito dell’apporto da parte dei soci o di terzi anche di opere e servizi, la società emetta strumenti finanziari c.d. “atipici”, ovvero forniti in misura variabile a discrezione dell’emittente di diritti patrimoniali e amministrativi.

Il disposto dell’art. 2343 c.c., a sua volta, reca l’indicazione delle modalità di conferimento nelle società per azioni di beni in natura, prescrivendo la necessità di una relazione di stima, redatta da un esperto designato dal Tribunale, che attesti che il valore attribuito ai beni medesimi sia almeno pari a quello agli stessi assegnato ai fini della determinazione del capitale sociale e dell’eventuale sovrapprezzo, nonché i criteri adottati per tale valutazione. 

Il controllo dei contenuti della relazione è rimesso agli amministratori della società (nel regime pre-riforma, invece, era competenza dei sindaci).
I conferimenti non proporzionali: trattamento tributario alla luce delle norme attuali e prospettive future.

Il trattamento tributario dei conferimenti è oggi regolato da varie norme: la disciplina base è quella di cui all’art. 9, commi 4 e 5, D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, ferma restando l’applicabilità, nelle ipotesi ove ciò sia possibile, del ben più conveniente regime contemplato dal D.Lgs. 8 ottobre 1997, n. 358.
L’indicata statuizione di cui all’art. 9 fissa i criteri di determinazione dei redditi e delle perdite che partecipano alla formazione del reddito complessivo, secondo le successive disposizioni del testo unico.

Esso prevede, innanzitutto, l’assimilazione alle cessioni a titolo oneroso dei conferimenti in società.
In questi casi il valore delle partecipazioni ricevute per il soggetto conferente sarà il c.d. valore normale.

Questo, nella specie, è determinato diversamente a seconda della circostanza che la società partecipata sia quotata in un mercato regolamentato o non: nella prima ipotesi, esso sarà pari alla media aritmetica dei prezzi rilevati nell’ultimo mese, mentre, nella seconda, sarà determinato proporzionalmente al patrimonio netto della società ovvero, se quest’ultima dovesse essere di nuova costituzione, all’ammontare complessivo dei conferimenti.

In considerazione della riferita disciplina non si notano particolari conseguenze fiscali per il conferente nel caso di conferimento in società di nuova costituzione.

In questo senso, è stato osservato come “in sede di conferimento in una società non si registreranno plusvalenze o minusvalenze in capo agli azionisti che hanno ricevuto azioni in proporzione diversa rispetto all’ammontare conferito: gli azionisti attribuiranno alle azioni ricevute un valore fiscale pari a quello dei conferimenti eseguiti ed eventuali plusvalori o minusvalori emergeranno – se del caso – solamente in sede di cessione della relativa partecipazione” 1*.

Ciò, appunto, perché nella determinazione del valore delle partecipazioni ricevute si prescinde, nell’ipotesi in commento, dall’entità di queste.

Viceversa, potrebbe aversi emersione di materia imponibile laddove si ipotizzino due diverse fattispecie: il conferimento in società quotata e quello in una non quotata, ma preesistente.
Nessun problema dovrebbe porsi per la determinazione del valore delle azioni ricevute, nel caso dei nuovi conferimenti non proporzionali, qualora queste afferiscano ad una società quotata, atteso il necessario collegamento di tale valore agli ultimi “di listino”; è possibile, però, che, in tale ipotesi, vi sia emersione di materia imponibile.

Anche nell’eventualità di un conferimento in società non quotata, ma preesistente troverebbe applicazione un diverso metodo di determinazione del valore della partecipazione ricevuta, in astratto idoneo a far emergere imponibile. 
Dovrebbe, infatti, essere utilizzato, ex art. 9, comma 4, lett. b), come base per la valorizzazione delle partecipazioni, il “patrimonio netto successivo al conferimento, e quindi già influenzato dal valore dei beni conferiti, così come presi in carico dalla società che li ha ricevuti” *2

Non può non essere rilevato come, tuttavia, queste fattispecie attengano più al novero delle ipotesi che a quello della realtà, posto che i risultati di partecipazione e concentrazione che vengono perseguiti con i conferimenti soggetti alla riferita disciplina del disposto dell’art. 9, oggi possono essere perseguiti mediante il ricorso ad operazioni soggette, invece, al più vantaggioso trattamento di cui al D. Lgs. 358/1997 (cessioni di azienda, conferimenti di aziende o partecipazioni di controllo ecc., soggetti ad aliquote agevolate o, in particolari condizioni, alla neutralità fiscale).

Autorevole dottrina ha constatato, infatti, che “tassare le plusvalenze da conferimento come fa l’art. 9 del T.U.I.R.. vuol dire sottoporre a tassazione redditi non realizzati e costringere il conferente a indebitarsi per pagare le imposte; non a caso la ingiustificata regola dell’art. 9 del T.U.I.R., di cui nessuno ha mai udito ragionevoli giustificazioni, ha eliminato dalla nostra pratica giuridica il conferimento in società non quotate in borsa, che si è rivitalizzato solo dopo l’entrata in vigore del D. Lgs. 8 ottobre 1997, n. 358” *3.

Proprio per tali ragioni viene auspicata, in occasione delle prossime modifiche della normativa tributaria che dovranno conseguire la riforma del diritto societario e la legge delega per la riforma fiscale, “una estensione alla generalità dei conferimenti dei criteri di cui agli artt. 3 e 4 del D. Lgs. n. 358/1997, che hanno rivitalizzato l’istituto del conferimento, senza creare allarmi per le ragioni dell’Erario” *4

I conferimenti mediante apporto di beni diversi dal denaro: possibili riflessi fiscali

In relazione ai conferimenti aventi per oggetto beni in natura, sia materiali, sia immateriali, non si pongono particolari problemi fiscali, se non quello di qualificare il reddito che scaturisse dall’eventuale plusvalenza in capo al conferente.

La dottrina osserva, ad esempio, come nel caso di conferimento di knowhow il reddito conseguito “muovendo dall’equiparazione tributaria tra conferimento e cessione a titolo oneroso potrà essere assimilato a quello di lavoro autonomo (ex art. 49, comma 2, lett. b), del T.U.I.R.), di reddito diverso (ex art. 81, comma 1, lett. g) del T.U.I.R.) ovvero di reddito d’impresa” *5.

Tutto ciò, fermo restando che permangono, in capo ad alcuni autori, forti dubbi sul fatto che, al di fuori del reddito d’impresa, possa essere, comunque, soggetta ad imposizione ex art. 9 una plusvalenza, puramente virtuale, scaturente da conferimento *6. 

E’ stato, invero, rilevato da tale dottrina come il prelievo sulle plusvalenze d’impresa debba considerarsi connesso al distacco del bene plusvalente dal regime dei beni d’impresa e proprio ciò giustifichi l’assoggettamento a tassazione del plusvalore anche in assenza di conversione del medesimo in altra forma di ricchezza. 
Viceversa gli incrementi di ricchezza conseguiti al di fuori di un’attività imprenditoriale potrebbero essere assoggettati a tassazione solo se concretamente realizzati. 

Unica eccezione si avrebbe laddove i titoli ricevuti fossero negoziati nei mercati ristretti, in quanto tale circostanza li renderebbe espressivi di una ricchezza autonoma e diversa dai beni conferiti, suscettibile di pronta liquidazione e, come tale, soddisfacente “in pieno i requisiti necessari per l’attribuzione di valenza reddituale all’incremento di ricchezza definitivamente conseguito tramite il conferimento”. 

Prescindendo dal riferito problema, nel caso di conferimenti di opere e servizi, è stata ipotizzata l’inidoneità di un apporto di tal fatta a generare un plusvalore tassabile, in ragione della mancata configurabilità, in capo alla conferitaria, di una qualche forma di costo *7.

La tassazione dei conferimenti a carico del conferente troverebbe, infatti, la sua giustificazione, anche a livello di legittimità costituzionale, solo qualora il valore di ciò che è stato conferito emergesse in modo diverso nelle scritture contabili del conferente e della conferitaria; in quest’ipotesi il legislatore richiede che venga corrisposto un tributo onde evitare “salti d’imposta” nella valorizzazione dei beni d’impresa. 

E’ stato osservato, in questo senso, che “l’imponibilità in capo alla conferente è giustificata da esigenze di simmetria rispetto al trattamento applicabile alla società conferitaria. L’esposizione a valore corrente, nel bilancio della conferitaria, degli apporti patrimoniali ricevuti dai soci discende dai principi generali sugli “apporti”, sull’immissione di un patrimonio nel “regime dei beni d’impresa” e così via (..) Si tratta, se si vuole, di una applicazione della tendenza, tutta italiana, a dare rilevanza anche fiscale ai valori iscritti in bilancio (se ne vedono altri esempi a proposito di plusvalenze iscritte e di rivalutazioni delle rimanenze). Se la conferitaria può iscrivere maggiori valori, e l’ordinamento decide di dare a questi valori rilevanza anche fiscale, allora l’unico sistema per evitare un salto d’imposta è tassare la conferente per la differenza” *8.

Tanto premesso, si ritiene di condividere la diversa valutazione effettuata da altra dottrina della medesima fattispecie e, secondo la quale, pure nel caso di conferimento di opere o servizi emergerebbe, anche contabilmente, un costo per la conferitaria e, quindi, dovrebbe aversi una simmetrica imposizione in capo al conferente.

Decisivo rilievo sembra assumere la circostanza che, sebbene la fattispecie in commento potrebbe, in ogni caso, scontare imposizione al momento del realizzo, ovvero della cessione delle partecipazioni, “guardando al soggetto conferente si osserva che quest’ultimo, a fronte delle partecipazioni ricevute, rileva un valore anch’esso ex novo in quanto non corrispondente ad un’entità preesistente nel suo patrimonio” *9.

Viene, allora, proposto che la conferente rilevi il valore dei titoli ricevuti a fronte di quello dell’obbligazione assunta e la conferitaria registri il credito alle prestazioni promesse a fronte dell’aumento di capitale destinato al conferente medesimo.

Da ciò discenderebbe che: “a) il conferimento, rectius il nuovo valore fiscalmente riconosciuto che ne deriva si renderà tassabile ex post in ragione della maturazione per competenza rispetto all’opera/servizio; b) parallelamente, la conferitaria rileverà i costi corrispondenti”.
La tassazione del conferimento, dunque, verrebbe “spalmata” su più periodi d’imposta, in ragione del progressivo adempimento degli obblighi assunti dal conferente.

Infine, per ciò che riguarda i conferimenti in denaro sostituiti, o quelli in opere/servizi garantiti, da polizze assicurative, appare doversi assumere come ammontare dell’apporto del conferente il valore assicurato.

*1-VECCHIO, FLORA, Alcune riflessioni sulle possibili conseguenze fiscali derivanti dalle novità introdotte dalla riforma del diritto societario in materia di azioni e di altri strumenti partecipativi, in Boll. Trib., n. 7/2003.
*2-LUPI, Conferimenti in natura senza regole, tra salti d’imposta e doppie imposizioni, in Il fisco, n. 7-8/1995.
*3-STANCATI, Spunti di riflessione sui possibili effetti tributari dei conferimenti nelle s.r.l, con postilla di LUPI, in Corr. Trib., n. 2/2003.
*4-STANCATI, LUPI, cit.
*5-STANCATI, LUPI, cit.
*6-MICCINESI, L’art. 9, comma 2, del T.U.I.R. e i conferimenti effettuati da soggetti non imprenditori, in Rass. Trib., n. 7 – 8/1995.
*7-VECCHIO, FLORA, cit., MIELE, Conferimenti, prelievi smarriti nelle s.r.l., in Il Sole 24 Ore, 8 novembre 2002.
*8-LUPI, cit.
*9-STANCATI, cit.

Articolo scritto da Massimiliano Nicodemo e Alessandro Galante
Studio legale tributario aziendale Nicodemo – Tel 031/242369

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