In occasione della sentenza del 23 gennaio 2003 e pubblicata il 24 giugno 2003, n. 10037, la Cassazione ha affrontato la questione attinente i requisiti di ammissibilità dei reclami proposti avverso i provvedimenti di attribuzione della rendita catastale agli immobili adibiti a scopi strumentali all’attività d’impresa.

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La decisione ha risolto anche la decennale diatriba afferente le modalità di determinazione della rendita in parola.
La sua quantificazione è, in effetti, piuttosto complessa. In linea di principio, il meccanismo è previsto e regolato dal disposto dei D.M. recanti le tariffe d’estimo, dovendosi, peraltro, tenere conto dei coefficienti indicati dal D.M. 14 dicembre 1991.
La norma di cui all’art. 52, comma 4, D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, fissa, inoltre, i c.d. moltiplicatori da applicare al reddito catastale, onde ottenere il valore minimo non rettificabile dall’Ufficio ai fini dell’imposta di registro.

A mente dell’art. 1 del predetto D.M. del 1991 “il moltiplicatore di cento volte di cui all’art. 52, quarto comma, del decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1986, n. 131, all’ art. 34, quinto comma, del decreto legislativo 31 ottobre 1990, n. 346, e all’ art. 12, primo comma, del decreto-legge 14 marzo 1988, n. 70, convertito, con modificazioni ed integrazioni, nella legge 13 maggio 1988, n. 154, si applica all’ammontare delle rendite catastali determinate sulla base delle nuove tariffe d’estimo recate dal decreto ministeriale 27 settembre 1991, nella stessa misura per le unità immobiliari classificate nei gruppi catastali A, B e C, con le esclusioni di quelle classificate nelle categorie A/10 e C/1, alle quali si applica, rispettivamente, nella misura pari a cinquanta ed a trentaquattro”.

Le rendite sono attribuite dagli uffici tecnici erariali competenti per territorio e comunicate ai contribuenti ai fini delle imposte dirette, indirette e anche dei tributi locali. 

Il disposto dell’art. 75, D.P.R. 1 dicembre 1949, n. 1142, concerne, in particolare, le modalità di contestazione della rendita attribuita e prevede che “i reclami sull’applicazione della categoria e della classe, devono indicare le unità immobiliari della stessa zona censuaria che risultino, nei confronti con quella del ricorrente, collocate in una categoria o in una classe diverse quantunque abbiano la stessa destinazione ordinaria e le stesse caratteristiche.
In mancanza di tali indicazioni il reclamo non può essere esaminato.
Le disposizioni previste nei precedenti commi non si applicano nei riguardi delle unità immobiliari che, rientrando nelle eccezioni previste dall’art. 8 [fabbricati industriali], non hanno avuto applicata la classe. In tali casi, il reclamo potrà riguardare soltanto la misura della rendita catastale attribuita, indicando quella diversa che si ritiene spettante”.

La sentenza della Corte Suprema, innanzitutto, afferma un principio processuale. In ordine ai requisiti di ammissibilità del reclamo, infatti, i Giudici osservano come la sanzione indiretta dell’inesaminabilità, qualora nell’atto non siano indicati, dal contribuente, gli elementi di cui alla suddetta lettera dell’art. 75 e la rendita proposta, debba essere applicata in modo tassativo e, cioè, limitatamente alle ipotesi elencate dal legislatore.

Pertanto l’inammissibilità non opera se trattasi di immobili industriali strumentali. Secondo la Corte, infatti, tale esclusione “non può essere disattesa mediante un’applicazione estensiva della nozione di specificità dell’impugnazione in contrasto con la regola della stretta interpretazione delle cause limitative del diritto costituzionale di agire in giudizio a tutela dei propri diritti”. 

Ciò anche in considerazione della circostanza per cui la raccolta dei dati in base ai quali supportare la determinazione della nuova rendita proposta dal contribuente avrebbe comportato da parte del contribuente lo svolgimento di complesse ricerche catastali in materia di classamento delle unità immobiliari aventi le stesse caratteristiche della propria.

Nella sentenza si statuisce anche in merito ad un importante e contrastato principio di natura sostanziale, concernente le modalità di quantificazione della rendita catastale dei fabbricati industriali.

Secondo l’interpretazione fornita dalla Direzione generale del Catasto nella circolare 9 gennaio 1992, n. 3/83, il tasso moltiplicatore da applicare al valore delle unità classificate nel gruppo D (strumentali) per ottenere la rendita deve ricavarsi per stima diretta, in virtù dei dati desumibili dall’andamento del mercato immobiliare.

L’interpretazione letterale del D.M. del 1991, invece, induce a ritenere che tale moltiplicatore debba essere pari a 50, pari ad una capitalizzazione della rendita del 2 per cento, escludendosi qualsiasi discrezionalità dell’Ufficio nella sua determinazione.

La Corte mette, dunque, fine alla disputa che ha visto per anni contrapporsi contribuenti ed uffici.

Essa fa rilevare, infatti, come, ai fini della determinazione del capitale fondiario cui commisurare l’imposta comunale sugli immobili, debbano essere applicati alla rendita catastale i moltiplicatori “previsti dal primo periodo dell’ultimo comma dell’art. 52, d.p.r. 131/86, che sono attualmente stabiliti dal d.m. 14 dicembre 1991”.

Tale opzione limita anche il potere accertativo dell’Amministrazione in materia di imposte indirette.

Orbene, essendo i moltiplicatori “determinati uniformemente ed autoritativamente per le ciascun gruppo, nessuna discrezionalità può essere riconosciuta all’UTE nella sua individuazione”.

L’attribuzione di una rendita catastale di valore superiore viola, dunque, la normativa di riferimento e comporta l’annullamento dell’atto di attribuzione da parte del giudice tributario.

Articolo scritto dall’ Avv. Massimiliano Nicodemo
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