In attesa che le Regioni disciplinino la nuova normativa sull’apprendistato, esaminiamo le novità in materia del D.L. 276/2003.

Servizio aggiornamento gratuito a disposizione degli utenti registrati di Unione Consulenti.

La necessità di riordinare e razionalizzare i contratti a contenuto formativo è il presupposto dell articolo 2 della legge 30/2003, che delega il Governo ad attuarne la revisione nel rispetto degli obiettivi e dei criteri di cui all articolo 16, comma 5, della legge 196/1997.

Il decreto legislativo 276/2003, con gli articoli da 47 a 53, in attuazione della delega prevede tre tipologie contrattuali:

1 contratto di apprendistato per adempiere il diritto-dovere di istruzione e formazione;
2 contratto di apprendistato professionalizzante per il conseguimento di una qualificazione attraverso formazione sul lavoro e apprendimento tecnico-professionale;
3 contratto di apprendistato per acquisire un diploma o per percorsi di alta formazione.

In attesa delle disposizioni che consentano di applicare le nuove tipologie, il comma 3 dell’articolo 47 stabilisce che rimane in vigore la previgente disciplina in materia, fermo restando che non è più necessaria la richiesta di autorizzazione alla direzione provinciale del Lavoro per l’assunzione degli apprendisti. L’accordo del 2 luglio 2004 fra Confcommercio, Cgil, Cisl e Uil prevede, però, che i datori di lavoro che intendano assumere apprendisti debbono presentare domanda completa del piano formativo alla commissione dell’ente bilaterale, la quale esprimerà il parere di conformità alle norme del Ccnl per i programmi di formazione indicati dall’azienda e per i contenuti del piano formativo. Gli accordi per i rinnovi contrattuali focalizzano l’attenzione sul contratto di apprendistato professionalizzante per l’interesse che esso riveste per i datori di lavoro e stabiliscono i limiti numerici, le durate e le forme di tutela. 

Possono essere assunti con questa tipologia contrattuale i giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni, ovvero a partire dal compimento dei 17 anni se in possesso di una qualifica professionale conseguita ai sensi della legge 53/2003 (la riforma del sistema di istruzione e formazione).

Quanto al numero degli apprendisti, l’articolo 47 del decreto legislativo 276/2003 conferma che i datori di lavoro non possano superare il 100% delle maestranze specializzate e qualificate in servizi. Chi non ha dipendenti può assumere fino a tre apprendisti, salvo le regole di miglior favore previste per le imprese artigiane. Le imprese industriali edili possono assumerne solo uno. Il terziario vincola, invece, l’assunzione di apprendisti al mantenimento in servizio di almeno il 70% dei lavoratori il cui contratto sia venuto a scadere nei 24 mesi precedenti, salvo ne sia scaduto uno soltanto.

Riguardo la durata dell’apprendistato, gli accordi la regolano secondo la specificità del settore, tenendo conto della qualifica da conseguire, dal titolo di studio, dei crediti professionali e formativi acquisiti. Nel settore chimico va da un minimo di due anni, per i soggetti in possesso di laurea coerente con la professionalità da conseguire, fino ai quattro anni per i soggetti in possesso di diploma di scuola media inferiore o superiore non coerente con la professionalità da conseguire. Nel settore terziario può variare dai 24 mesi per il livello più basso (sesto) ai 48 per l’acquisizione di professionalità elevate, mentre nell’industria calzaturiera va dai 42 mesi per i livelli inferiori ai 72 per l’ottavo livello.

La formazione rimane elemento qualificante del contratto, prevista da un programma preventivamente definito, monitorata da un sistema di relazioni e documentazione curato dal tutor.

Il tutor è l’elemento nuovo della formazione ossia colui che ha il compito di facilitare l’apprendista nel processo di acquisizione delle competenze necessarie per diventare lavoratore qualificato, assicurando il rapporto importante tra l’apprendimento sul lavoro e la formazione esterna. Questo ruolo può essere svolto dal titolare, da un socio, oppure da un dipendente a ciò indicato. 

Il D.m. rimanda alle regioni il compito di stabilire i contenuti della loro formazione, comunque sarà necessario che la persona designata al ruolo di tutor debba essere prima formata , seguendo appositi corsi che le associazioni di categoria organizzeranno sul tema.

Articolo scritto dal Rag. Angelo Facchini
email facchiniangelo@virgilio.it

Sottocategoria:  Formazione- Altri-contratti-  Consigli-pratici-  Studente-lavoratore- 

Per avere ulteriori informazioni vi ricordiamo che è disponibile il servizio professionale di risposta ai quesiti personali: Richiedi un parere all’esperto