Il contratto nazionale di lavoro degli insegnanti per il quadriennio normativo 20022005 elenca i casi nei quali gli insegnanti incorrano nella decadenza dall’impiego. 

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Il contratto nazionale di lavoro degli insegnanti per il quadriennio normativo 20022005 prevede all’art. 88 un rinvio alle norme disciplinari di cui al Titolo I, Capo IV della Parte III del D.L.vo n. 297 del 1994 ed una elencazione delle sanzioni irrogabili nel caso di violazione ai propri doveri da parte del corpo docente. L’art. 511 del predetto decreto l.vo (collocato nella PARTE III – PERSONALE, TITOLO I – PERSONALE DOCENTE, EDUCATIVO, DIRETTIVO E ISPETTIVO, CAPO IV – Disciplina Sezione I – Sanzioni disciplinari) richiama in materia di decadenza dall’impiego, le disposizioni di cui al Testo Unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 10 gennaio 1957, n. 3. 

In tale testo normativo si rileva come, oltre che nel caso previsto dall’art. 63, l’impiegato incorra nella decadenza dall’impiego:

a) quando perda la cittadinanza italiana; 
b) quando accetti una missione o altro incarico da una autorità straniera senza autorizzazione del Ministro competente;
c) quando, senza giustificato motivo, non assuma o non riassuma servizio entro il termine prefissogli, ovvero rimanga assente dall’ufficio per un periodo non inferiore a quindici giorni ove gli ordinamenti particolari delle singole amministrazioni non stabiliscano un termine più breve; 
d) quando sia accertato che l’impiego fu conseguito mediante la produzione di documenti falsi o viziati da invalidità non sanabile.

Il provvedimento di decadenza dall’impiego, in particolare, ai sensi del menzionato art. 127 lett. c) t.u. imp. civ. St., richiamato dall’art. 511 del D.L.vo n. 297 del 1994, ha il pretesto di trovare fondamento nella volontà dell’impiegato di sottrarsi ai doveri d’ufficio, volontà implicita nell’assenza per un periodo superiore a quindici giorni.

Perché la fattispecie concreta possa essere correttamente interpretata non si può prescindere dalla verifica dei requisiti necessari affinché possa perfezionarsi; tali requisiti consistono oltreché nel fatto oggettivo dell’inadempimento (assenza dal servizio per un periodo non inferiore a 15 giorni durante il quale il dipendente non abbia riassunto servizio nei termini prefissati) in quello soggettivo dell’imputabilità, quantomeno a titolo di colpa, del medesimo. È necessario, in altre parole, che l’assenza sia ingiustificata e che la stessa, per fatti concludenti, discendenti dal comportamento dell’impiegato, possa essere interpretata univocamente come volontà d’interrompere il rapporto di lavoro (Cons. Giust. Amm. Sic., Sez. Giurisdiz., 19/02/1998, n.46; Cons. Stato, Sez.VI, 21/08/1997, n.1214; Cons. Stato, Sez. VI, 03/06/2002, n.3077). 

Tale volontà, tuttavia, non deve essere valutata solo con riferimento al fatto dell’assenza, ma a tutte le circostanze di contorno, in cui essa si è formata tenuto conto delle caratteristiche dei singoli rapporti e degli specifici doveri che li connotano, delle norme che li disciplinano, della giustificabilità o meno dell’assenza, dell’effettività della volontà di abbandonare il servizio, non proseguendo il rapporto, risultante da atti concordanti ed univoci (Cons. Stato, Sez.VI, 21/08/1997, n.1214; Cons. Stato, Sez.VI, 03/06/2002, n. 3077).

Ancora, si afferma in giurisprudenza tra i presupposti oggettivi che legittimano il provvedimento di decadenza dall’impiego ai sensi dell’art. 127 t.u. 10 gennaio 1957 n. 3, l’omesso deposito negli stessi termini di idonea documentazione giustificativa dell’assenza (Cons. Stato, Sez.V, 01/10/1999, n. 1238).

Fuori dai casi previsti, ovvero in difetto dei presupposti oggettivi e materiali, il provvedimento di risoluzione del rapporto di lavoro per decadenza sarà viziato da illegittimità, e come tale impugnabile. 

In tal caso, l’insegnante trova tutela attraverso il ricorso giurisdizionale davanti al Giudice del Lavoro del Tribunale civile competente. 

Tuttavia, appare opportuno per il dipendente, in considerazione dell’immediato e grave pregiudizio rappresentato dalla perdita immediata del lavoro – con ogni conseguenza giuridica ed economica – utilizzare il rimedio d’urgenza previsto dall’art. 700 c.p.c., ossia il ricorso al medesimo Giudice del Lavoro perché si pronunci in via cautelare e d’urgenza con ordinanza – emanata in tempi rapidi – con cui contestualmente sospende il provvedimento di licenziamento del datore di lavoro e reintegra l’insegnante nel posto di lavoro. 

In tal modo la posizione giuridica, lavorativa ed economica del lavoratore viene preservata e tutelata nelle more dell’instaurazione e definizione del procedimento di merito (la cui sentenza definirà il contenzioso, almeno in primo grado, tra lavoratore e datore di lavoro), che seguirà le fasi ordinarie previsti dal codice di procedura civile per il rito del lavoro, i cui tempi sono necessariamente più lunghi rispetto alle procedure d’urgenza. In caso di rigetto della domanda d’urgenza presentata ai sensi dell’art. 700 c.p.c., avverso l’ordinanza sfavorevole al dipendente (come anche al datore di lavoro, in caso di suo accoglimento) residua il rimedio del reclamo davanti al Collegio dello stesso Tribunale civile dove il ricorso introduttivo è stato presentato, competente per il riesame dell’ordinanza conclusiva della prima predetta fase e che procederà e deciderà in tempi brevi, in armonia con la ratio sottesa alla previsione di cui all’art. 700 c.p.c.. 

Articolo scritto dalla Dr.sa Francesca Orefice
email francescaorefice@tim.it

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