Le imposte sui redditi, il regime dei dividendi, delle holding e la c.d. ETVE

Le società residenti in Spagna scontano, sui redditi ovunque prodotti, l’imposta sulle persone giuridiche (impuesto sobre sociedades, c.d. IS), con aliquota marginale del 35 per cento.
Anche nella penisola iberica è stata recepita la c.d. direttiva madre – figlia in materia di imposizione sui flussi di dividendi infracomunitari (direttiva 23 luglio 1990, n. 90/435/CEE).

Pertanto, gli utili in uscita, diretti a società madri ubicate in Paesi dell’Unione Europea sono esenti da tassazione. 
La holding estera deve, però, detenere almeno il 25 per cento del capitale della subsidiary spagnola per un periodo ininterrotto di almeno un anno, decorrente dal momento in cui viene presentata la dichiarazione dei redditi dalla quale emerge la distribuzione del provento.

Qualora la condizione citata non sia applicabile per difetto dei requisiti di legge appena ricordati, il dividendo comunque in uscita sconta una ritenuta a titolo d’imposta nella misura del 25 per cento, salve diverse pattuizioni di natura convenzionale.

A decorrere dal periodo d’imposta 2000 è stata introdotta, anche in Spagna, una forma di “privilegio d’affiliazione” che attenua gli effetti della doppia imposizione internazionale sui dividendi e capital gains e coinvolge le società holding residenti. 
E’ previsto, infatti, che il provento finanziario da queste ultime tratto sia del tutto esente da imposizione se ricorrono, congiuntamente, le seguenti tre condizioni:

– il contribuente detiene, anche indirettamente, almeno il 5 per cento del capitale della società non residente per tutto l’anno precedente il momento in cui è distribuito il dividendo (in alternativa, tale periodo deve decorrere dopo la distribuzione);
la società non residente è soggetta ad un’imposta equivalente a quella cui è sottoposta in Spagna la holding;
– la società non residente svolge nel Paese estero una effettiva attività industriale o commerciale.

In alternativa a questo meccanismo di neutralizzazione della doppia imposizione, l’ordinamento tributario iberico riconosce, alla società madre ubicata nel territorio nazionale, la possibilità di fruire di un credito d’imposta sui dividendi percepiti da proprie controllate estere delle quali essa detenga almeno il 5 per cento del capitale, per un periodo ininterrotto di almeno un anno.
Detto beneficio permette di elidere la doppia imposizione non solo in relazione all’onere fiscale afferente strettamente i dividendi distribuiti, ma anche a quello derivante dalle imposte sul reddito assolte nello Stato estero dalla subsidiary.
L’opportunità più interessante offerta dalla legislazione tributaria spagnola concerne, comunque, la c.d. ETVE (acronimo di Entitades de Tenencia de Valores Extranjeros).
La materia è disciplinata dalle norme di cui agli artt. da 129 a 132 della legge n. 43/1995.
L’istituto riconosce l’esenzione integrale da imposta sui dividendi e sulle altre forme di partecipazione all’utile, in presenza delle seguenti condizioni:

– società madri spagnole che detengano, direttamente o indirettamente, una partecipazione pari, almeno, al 5 per cento del capitale sociale delle proprie figlie ininterrottamente per un periodo non inferiore ad un anno o che abbiano corrisposto non meno di euro 6.000.000 per l’acquisto della quota predetta;
– società partecipate che abbiano subito un’imposizione sul reddito equivalente a quella praticata in Spagna. Detto requisito è automaticamente soddisfatto qualora la società figlia sia ubicata in un Paese con il quale la Spagna ha concluso un accordo contro le doppie imposizioni;
– società partecipate non residenti in un Paese considerato paradiso fiscale dalla legislazione spagnola;
– attività svolta all’estero dalle subsidiaries da cui provengono gli utili, effettiva. Si precisa che tale requisito può ritenersi soddisfatto quando almeno l’85 per cento dei proventi derivino da attività, anche di natura finanziaria, creditizia o assicurativa, svolte al di fuori del territorio spagnolo o, comunque, non riconducibili all’interno dello stesso (ad esempio, per la residenza dei destinatari dei servizi).

La normativa in parola prevede, inoltre, la “neutralizzazione” delle plusvalenze emergenti da cessione delle partecipazioni detenute nelle società estere o liquidazione delle medesime, con esclusione dei casi in cui cedente e cessionario siano società dello stesso gruppo.
A decorrere dal primo gennaio 2001 è stata introdotta, inoltre, la totale esenzione da imposta dei redditi esteri percepiti dalla ETVE, se provenienti da una stabile organizzazione di questa, normalmente soggetta ad imposizione nello Stato di origine, sempre che questo non sia un paradiso fiscale e ricorrano le altre condizioni di cui sopra.
L’ordinamento iberico annovera, peraltro, una rigorosa normativa antielusiva in base alla quale sono tassati, direttamente in capo ai soggetti residenti, i redditi prodotti da eventuali società interposte che soggiacciano ad una tassazione ad aliquota inferiore per almeno il 75 per cento rispetto a quella spagnola.

La Convenzione contro le doppie imposizioni in vigore fra Italia – Spagna.

La Convenzione attualmente in vigore fra Italia e Spagna è stata stipulata l’8 settembre 1977 e ratificata con legge 29 settembre 1980, n. 663, per entrare in vigore il 24 novembre 1980. 

Viene, innanzitutto, fissata un’aliquota massima di imposizione (12 per cento) mediante applicazione di ritenuta in capo al soggetto che distribuisce dividendi.
Le royalties sono tassabili, sia nello Stato di residenza del soggetto erogante, sia in quello del percipiente, nella misura massima del 4 per cento.
In ogni caso, l’Italia permette la deduzione dell’imposta sui redditi già scontata in Spagna, sempre che questa non ecceda la misura dell’onere che nel nostro ordinamento grava sui proventi medesimi.
Identica previsione si rinviene nel diritto tributario iberico (reciprocità).
Per quanto, infine, concerne le ritenute alla fonte operate in occasione della distribuzione di dividendi, sempre che non ricorra l’ipotesi di applicazione della già menzionata direttiva madre – figlia, in ciascuno dei due Stati contraenti è possibile avanzare richiesta di rimborso in via amministrativa. 

Profili essenziali di diritto societario

Per l’espletamento di attività di natura finanziaria, in Spagna, la forma di ente più indicata è senza dubbio quella della S.A. (società anonima), grosso modo equivalente alla società per azioni italiana.
La ETVE, in particolare, di solito è una S.A., anche se può assumere, in alternativa, forma di società a responsabilità limitata.
La S.A. deve avere almeno 3 soci; è tuttavia prevista la possibilità di ridurre i membri della compagine anche ad uno nel corso della vita dell’impresa.
La S.A. si costituisce per atto pubblico, rogato da notaio e oggetto di registrazione nel locale registro delle imprese mercantili.
Sono richieste, tuttavia, altre formalità, prima fra tutte il rilascio dell’attestazione della regolarità formale dello statuto da parte della Direccion General de Transactiones Exteriores del locale Ministero delle Economia.
Viene imposta, inoltre, una certificazione del registro centrale delle imprese di Madrid in ordine all’unicità della ragione sociale.
Il capitale sociale minimo previsto è euro 60.102, dei quali un quarto deve essere versato al momento della sottoscrizione.

I conferimenti in natura sono ammissibili sempre che sia resa una perizia di stima ed è preclusa la possibilità di ricorrervi una volta trascorsi cinque anni dalla costituzione della società o dall’adozione della relativa delibera di aumento del capitale.
Il capitale sociale è rappresentato da azioni, il cui trasferimento è sostanzialmente oggetto di regole analoghe a quelle in vigore in Italia. I titolari devono risultare dal libro soci.
Ciò detto, la ETVE di cui sopra può avere come oggetto sociale non solo la gestione di attività finanziarie e partecipazioni in soggetti esteri, ma è possibile che compia anche altre attività complementari.
I principali organi societari sono l’assemblea e gli amministratori.
L’assemblea dei soci in seduta ordinaria è normalmente convocata dagli amministratori, almeno una volta l’anno entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio sociale, per l’esame del bilancio e l’adozione della delibera di approvazione.
L’assemblea straordinaria si tiene nei casi prescritti dalla legge e laddove lo richiedano i soci rappresentanti almeno il 5 per cento del capitale.
Gli amministratori possono essere uno o più, di norma tre, anche persone giuridiche, e vengono nominati dall’assemblea: la minoranza dei soci ha diritto a scegliere almeno un membro del consiglio di amministratore.
L’incarico, avendo natura fiduciaria, può essere revocato in qualsiasi momento dietro adozione di apposita delibera assembleare.

Articolo scritto dall’ Avv. Massimiliano Nicodemo e Alessandro Galante
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