Nuova forma di interpello per le imprese con attività internazionale in merito a al regime dei prezzi di trasferimento, degli interessi, dei dividendi e delle royalties” (art. 8 del D.L. 30 settembre 2003, n. 269).

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1. L’istituto

La norma di cui all’art. 8 del D.L. 30 settembre 2003, n. 269, ha introdotto nel nostro ordinamento tributario una nuova, ulteriore, forma di interpello.

Ai sensi del comma 1 di tale previsione “le imprese con attività internazionale hanno accesso ad una procedura di ruling di standard internazionale, con principale riferimento al regime dei prezzi di trasferimento, degli interessi, dei dividendi e delle royalties”.

Gli aspetti operativi della disciplina in commento sono regolati dai commi successivi dell’art. 8, ove si legge: “la procedura si conclude con la stipulazione di un accordo, tra il competente ufficio dell’Agenzia delle entrate e il contribuente, e vincola per il periodo d’imposta nel corso del quale l’accordo è stipulato e per i due periodi d’imposta successivi, salvo che intervengano mutamenti nelle circostanze di fatto o di diritto rilevanti al fine delle predette metodologie e risultanti dall’accordo sottoscritto dai contribuenti.

In base alla normativa comunitaria, l’amministrazione finanziaria invia copia dell’accordo all’autorità fiscale competente degli Stati di residenza o di stabilimento delle imprese con i quali i contribuenti pongono in essere le relative operazioni.

Per i periodi d’imposta di cui al comma 2, l’Amministrazione finanziaria esercita i poteri di cui agli articoli 32 e seguenti del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, soltanto in relazione a questioni diverse da quelle oggetto dell’accordo.

La richiesta di ruling è presentata al competente ufficio, di Milano o di Roma, della Agenzia delle entrate, secondo quanto stabilito con provvedimento del direttore della medesima Agenzia”.

La normativa di attuazione si rinviene nello schema di provvedimento 23 luglio 2004, reperibile sul sito dell’Agenzia delle Entrate, ma non ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale.

Esso definisce cosa debba intendersi per “impresa con attività internazionale”, e fornisce fondamentali precisazioni in merito alla procedura amministrativa che il contribuente interessato deve seguire.

A prescindere da tali aspetti, il punto saliente dell’emanando provvedimento attiene l’indicazione delle attestazioni necessarie che l’impresa deve produrre per ottenere la disapplicazione della singola norma antielusiva.
Troviamo, dunque, un’elencazione dettagliata dei casi in cui il nuovo strumento di interpello è fruibile dal contribuente.

Si tratta, nella specie, delle seguenti ipotesi:

– la quantificazione del valore normale ai fini del c.d. transfer pricing, ossia delle operazioni di cui all’art. 110, comma 7, del DPR 22 dicembre 1986, n. 917;
– l’applicazione ai singoli casi concreti di norme, anche di origine convenzionale, concernenti l’erogazione o la percezione di dividendi, interessi o royalties a o da soggetti non residenti;
– l’applicazione di analoghe prescrizioni afferenti l’erogazione o la percezione di altri componenti reddituali a o da soggetti non residenti;
– l’applicazione di analoghe disposizioni riguardanti l’attribuzione di utili o perdite alla stabile organizzazione in un altro Stato di un’impresa residente ovvero alla stabile organizzazione in Italia di un soggetto non residente.
Particolari dettagli sono previsti, inoltre, con riferimento ai criteri di stipula, modifica e rinnovo dell’accordo con l’Amministrazione.

2. Prime considerazioni

Il primo interrogativo che si può porre l’interprete riguarda il rapporto fra tale nuovo istituto e i preesistenti interpelli conosciuti nel nostro ordinamento tributario.
Questi ultimi sono regolati dalle seguenti norme:

1) art. 21 della L. 30 dicembre 1991, n. 413 (interpello per operazioni potenzialmente elusive);
2) art. 37-bis del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 (interpello per operazioni straordinarie potenzialmente elusive);
3) art. 11 della L. 27 luglio 2000, n. 212 (interpello generale di cui allo Statuto del contribuente);
4) art. 167 del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Controlled foreign companies).

Si è venuto in tal modo a creare un intreccio di strumenti di ruling considerevole, che potrebbe invero dar luogo a confusione.
Si deve ritenere, in particolare, che le indicate forme di interpello e il nuovo ruling internazionale afferiscano fattispecie diverse e che, quindi, a seconda dell’operazione in relazione alla quale il contribuente vuole ottenere il parere dell’Amministrazione, egli debba ricorrere ad uno strumento, piuttosto che ad un altro.
L’istituto in commento appare, nondimeno, un’innovazione dell’ordinamento apprezzabile.

Essa, infatti, permette un maggiore confronto fra Ufficio e contribuente, non limitandosi quest’ultimo, come nelle altre fattispecie di ruling, a proporre la sua interpretazione della norma e l’applicazione della stessa al caso concreto, ma potendosi, invece, giungere ad un vero e proprio accordo intorno al trattamento fiscale di un’operazione che vincoli entrambe le parti coinvolte nel rapporto tributario.

In ciò, pertanto, si può ravvisare una somiglianza con l’istituto dell’accertamento con adesione di cui al D. Lgs. 19 giugno 1997, n. 218.
Le sovrapposizioni fra i due procedimenti emergono palesi laddove si raffrontino le modalità di formazione dell’accordo nei due casi.

In entrambe le ipotesi, a seguito dell’istanza di parte, vi è un incontro fra funzionari e contribuente nel quale viene analizzata la documentazione rilevante.

Di tale incontro e delle osservazioni svolte da ciascuna delle parti viene redatto processo verbale e la procedura si conclude con la sottoscrizione del predetto verbale.

Nel caso di accertamento con adesione, tuttavia, il perfezionamento dell’accordo, e quindi il prodursi dei suoi effetti preclusivi dell’accertamento, si raggiunge con il versamento da parte del contribuente dell’importo concordato con l’Amministrazione.
Nel nuovo interpello internazionale, invece, la sottoscrizione vincola già le parti, per il periodo stabilito.

Più nel dettaglio, si legge nel provvedimento attuativo poc’anzi menzionato, come mediante l’accordo:

a) sono definiti i criteri ed i metodi di calcolo del valore normale delle transazioni dedotte nell’istanza (…);
b) vengono definiti i criteri di applicazione della normativa di riferimento, in tutti gli altri casi”.

Si osserva, peraltro, come, pur essendo previsto il coinvolgimento di un’Amministrazione straniera nel procedimento, il compito di questa sia puramente passivo, limitato a recepire, cioè, copia del verbale di accordo o a fornire la documentazione richiesta dall’Erario italiano, sulla base delle preesistenti norme pattizie in materia di scambio di informaizoni.

Ciò, a detta della dottrina, rappresenta un’occasione persa per il legislatore e fonte di possibili problemi futuri, atteso che il ruolo dell’Amministrazione estera potrebbe rivelarsi di non secondaria importanza per gli Uffici italiani in sede di approvazione dell’accordo . 

Invero, la mancanza di bilateralità internazionale della posizione raggiunta può avere non trascurabili conseguenze anche in materia di doppia imposizione.

Si faccia l’esempio, in ipotesi, di una pratica di trasferimento di beni intercompany che avvenga in base ad un accordo, raggiunto con l’Amministrazione italiana in virtù del meccanismo di interpello di cui si discorre, e in relazione alla quale, pertanto, sia concordato l’impatto fiscale in Italia di un elemento positivo di reddito.

Ebbene, nulla assicura che, in mancanza di ruling anche con lo Stato di residenza dell’interlocutore estero della società italiana, questo riconosca una deduzione di 
costi corrispondenti alla complementare materia imponibile emersa in Italia.

Se, in altre parole, la cessione di un bene e servizio alla società estera, nei casi di cui all’art. 110 del nuovo Tuir, può comportare, a seguito del perfezionamento del nuovo interpello internazionale, l’emersione in Italia di un determinato valore imponibile, è possibile che la deduzione accordata dall’Amministrazione estera sia inferiore al detto valore concordato con quella italiana, ma non riconosciuto oltre i confini domestici.

La differenza fra i due valori è, pertanto, soggetta a doppia imposizione.

Sul punto, chiaramente, si è espressa recente dottrina, secondo la quale “un forte limite della normativa, così come risulta formulata, è che il Ruling, in quanto unilaterale, copre solo il versante italiano, e non determina un corrispondente impegno da parte delle Autorità dello Stato dell’altra parte contraente. 
Ciò può indurre a pensare, forse in termini semplicistici, che lo strumento possa attrarre maggiormente le multinazionali estere, che addebitano costi alle controllate o branches italiane, che non le imprese italiane che addebitano costi alle controllate/branches estere” .

Per altro verso è stato osservato dal medesimo autore che la nuova normativa in commento presenta notevoli aspetti di sicuro interesse per il contribuente.

“I vantaggi immediati dell’adesione a questa nuova procedura”, infatti,“sono costituiti dalla tutela data al contribuente, relativamente a materie sempre più spesso oggetto di verifiche ed accertamenti. Conseguentemente, l’Amministrazione finanziaria non potrà esercitare i poteri di accertamento e controllo in relazione alle materie per le quali è stata raggiunta l’intesa con il Fisco, sempre che sussista la corrispondenza fra fatti reali e quelli rappresentati e la corretta applicazione delle metodologie indicate nell’accordo”.

Articolo scritto da Alessandro Galante – www.giuristionline.com

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