L’esistenza di fenomeni di mobbing è venuta prepotentemente alla ribalta nel 1986 quando lo psicologo tedesco Heinz Leymann ha usato il termine “terrorismo psicologico” per definire un processo sistematico di compressione dei diritti civili sul luogo di lavoro ad opera di superiori e colleghi. 
E’ un fenomeno sommerso che interessa decine di milioni di persone in tutto il Mondo. Si stima che in Italia siano oltre un milione le vittima di queste pratiche al limite del lecito.

Il mobbing sul luogo di lavoro si caratterizza per una comunicazione ostile e priva di etica nei confronti di un particolare lavoratore per privarlo di ogni difesa nei confronti dei suoi aguzzini. La frequenza di questi comportamenti può essere tale da provocare alla vittima seri danni di carattere mentale e psicosomatico portandolo alla depressione o causandogli disturbi fisici.

Gli atti di mobbing possono essere i più vari: si va dall’interrompere una discussione in corso nel momento in cui il lavoratore entra nella stanza, al tagliarlo fuori da attività nelle quali era coinvolto, all’asportazione del telefono dalla scrivania, all’assoggettamento gerarchico a un collega meno esperto. Ma più che sui singoli comportamenti, occorre porre l’attenzione sulla frequenza e la durata degli stessi.
Scientificamente il fenomeno può essere definito come un’interazione sociale attraverso la quale un individuo viene attaccato da uno o più individui, quotidianamente e per molti mesi, al fine di costringerlo in condizioni di debolezza e assoggettarlo a un rischio continuo di espulsione.
In Italia non ci sono al momento leggi che regolamentano la materia. Ci sono alcune proposte di legge depositate presso la Camera e in attesa di essere discusse in aula. Si tratta dei progetti di legge n. 1813, 6410 e 6667.

Sottocategoria:  Luogo-di-lavoro-