Il testo governativo appare categorico, via la prostituzione dalle strade, si alla prostituzione negli appartamenti con l’eliminazione del reato di favoreggiamento per chi si prostituisce in casa, affitta le case alle prostitute che le usano per la loro attività.

I condomini potranno porre, in caso di disaccordo a tale norma, il divieto all’uso di appartamenti ad uso prostituzione.

Come al solito il legislatore affronta sull’enfasi emotiva problemi che meriterebbero un più serio e ponderato approfondimento.

Non è questa la sede per disquisizioni sulla morale, sull’etica e sulla storia ma mi chiedo se le più elementari norme codicistiche, dottrinali e giurisprudenziali, sono a conoscenza di chi è preposto a legiferare sulla materia. 

Il regolamento condominiale di un edificio, ammesso che esista, atteso che nei condominii con meno di dieci proprietari il documento non è obbligatorio, può avere carattere contrattuale o assembleare. 

Nel primo caso il regolamento oltrechè disciplinare l’uso delle cose comuni può limitare i diritti dei proprietari anche sulle proprietà esclusive, ad esempio vietare l’uso dell’appartamento a sedi di partito, scuole di ballo e danza, ecc. Non mi risulta comunque che sia previsto il divieto di utilizzo dell’immobile per esercitare la prostituzione. Nel caso è vagamente indicato il divieto di far uso della proprietà privata provocando rumori, suoni, vibrazioni eccedenti la normale tollerabilità, o contro il decoro dell’edificio. 

Da qui ad arrivare alla prostituzione ce ne corre. Se invece il regolamento è assembleare, ovvero approvato dall’assemblea, non possono essere inserite, nel documento, limitiazioni all’uso della cosa privata. E’ del tutto evidente che il postulato della proposta di legge tende invece a far inserire tale divieto che, se non accettato da una sola parte di proprietari, non potrà mai avere efficacia per i contrari. Mi chiedo in quale condominio sarà, nella realtà, possibile che l’assemblea acconsenta, nell’ipotesi, che nell’edificio uno o più appartamenti possano essere locati ad uno prostituzione.

Il legislatore proponente dimentica poi che la protituzione ben può essere esercitata anche in un appartamento di proprietà. Mi riferisco alla prostituta proprietaria dell’appartamento. Chi potrà mai impedirle di esercitare in casa propria? Sarà sufficiente che, nell’ipotesi legislativa, l’interessata si opponga al divieto da porre a regolamento e il problema sarà agevomente aggirato.

Non voglio immaginare poi come si svolgeranno le assemblee chiamate a deliberare il tal senso. Emergeranno sicuramente, in modo palese, le pubbliche virtù di tutti, lo sdegno generale e siccome nell’assemblea condominiale non è previsto il voto segreto (in questo caso un vero peccato) il voto sarà scontato, salvo poi le recriminazioni ed i malumori di ballatoio di quei signori condomini che, amanti dei vizi privati, avrebbero trovato modo di dare sfogo ai propri più reconditi pruriti.

La Cass.Civ. Sez.II 29/08/1998 n° 8622, la Cass. civile, sez. II, 18-04-2002, n. 5626, la Cass. civile, sez. Unite, 30-12-1999, n. 943, la Corte App. di Milano 24-02-1995, il Giudice conciliatore di Bari 10-10-1989, n. 308, il Trib. di Milano, sez. VIII, 24-09-1987 ilTrib. di Messina 08-04-1981, tanto per citare alcune sentenze, si sono espresse chiaramente sulla nullità dei vincoli e restrizioni che l’assemblea possa porre suull’uso della proprietà privata, nullità che trova origine dal Codice Civile.

Credo che l’argomento, salvo un effetto pubblicitario momentaneo, l’ascerà il problema invariato, a meno che il legislatore, anziché scaricare maldestramente il compito della gestione del fenomeno sull’assemblea condominiale, affronti la questione con tutta la necessaria serietà e che l’agomento pretende.

Scritto da: Per.In.Maini Moreno

Direttore Centro Studi ANACI – Chiavari

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