Il commercio elettronico è la frontiera nuova, e in gran parte inesplorata, dello sviluppo dell’attività commerciale tradizionale. In linea teorica, la rete garantisce la massima concorrenza perché ogni sito è raggiungibile nel medesimo da tempo da qualunque possibile acquirente. Nella pratica, però, l’estensione della rete e la scarsa conoscenza delle sue dinamiche da parte della maggior parte dei consumatori, rischiano di creare i presupposti per iniziative commerciali che vanno a scontrarsi con le leggi varate per la tutela della concorrenza e del mercato.
La Comunità Europea, nel suo Trattato costitutivo, dedica alcuni articoli alle regole di concorrenza stabilendo norme che devono essere applicate anche ai mercati su Internet. I rischi di abuso di posizioni dominanti da parte di singole imprese esistono anche in un ambiente fondamentalmente aperto come quello della rete.
Un’arma particolarmente efficace utilizzata per sbaragliare la concorrenza è la classica politica dei prezzi. La sua efficacia è accresciuta dalla rapidità con la quale le informazioni viaggiano sui canali elettronici. La chiave di volta per l’interpretazione giuridica del fenomeno è la distinzione tra prezzi particolarmente bassi e prezzi troppo bassi. Mentre i primi rientrano nella normale dinamica concorrenziale, i secondi vanno a configgere con la normativa che vieta la concorrenza sleale, in particolare con il punto 3 dell’art. 2598 del codice civile che viete l’utilizzo, a fini concorrenziali, di mezzi non conformi ai principi della correttezza professionale.
Un tipico esempio di concorrenza sleale è il dumping, ovvero la vendita sotto costo. I tribunali italiani hanno inibito in vari casi il dumping in quanto attività che altera il mercato concorrenziale al fine di estromettere definitivamente i concorrenti. I prezzi possono essere abbassati solo fino al punto di azzerare i profitti, ma non devono per nessun motivo generare perdite. 
Il settore nel quale si sono evidenziati i casi più significativi di dumping è quello delle tariffe per l’utilizzo delle infrastrutture di comunicazione.

Un altro esempio di concorrenza sleale è la registrazione e l’utilizzo di nomi di dominio (gli indirizzi dei siti) uguali o analoghi a quelli di un’azienda concorrente finendo per generare nell’utente la convinzione di aver a che fare un’azienda diversa da quella effettivamente contattata.
Un caso esemplare è quello del dominio Portaportese registrate da un’azienda diversa da quella proprietaria della omonima testata di annunci gratuiti.

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