Nell’ambito della produzione legislativa delegata, scaturente dalla legge 14 febbraio 2003, n. 30, appare suscettibile di apprezzabile sviluppi quanto previsto all’art. 11 del Dlgs 23 aprile 2004, n. 124, “Razionalizzazione delle funzioni ispettive in materia di previdenza sociale e di lavoro, a norma dell’articolo 8 della legge 14 febbraio 2003, n. 30”.

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In tale articolo prende per l’appunto forma l’istituto in epigrafe, che dovrebbe affiancare (e, forse, almeno in parte, sostituire) la non sempre efficiente Commissione di Conciliazione, istituita presse la Direzione Provinciale del Lavoro. Sull’argomento è intervenuto in data 24 giugno 2004 il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con la Circolare n. 24.

Come è noto, al fine di decongestionare il contenzioso in materia, con la riforma del processo del lavoro (legge 80/1998 e successive modificazioni ed integrazioni) si rese obbligatorio il preventivo esperimento di un tentativo di conciliazione dinanzi ad apposita Commissione, costituita in seno alla Direzione Provinciale del Lavoro, prima di adire la sezione lavoro del Tribunale.

Tale Commissione, composta da quattro rappresentanti dei datori di lavoro e da quattro rappresentanti dei lavoratori, oltre che dal presidente della stessa, nella persona del Direttore della DPL, per dar luogo a valide riunioni, necessita della presenza del presidente e di almeno un rappresentante per parte sociale.

In realtà, la Commissione è stata vissuta, per lo più, come formalità, per adire il processo vero, facendo venir meno lo spirito per cui era stata concepita.

Le previsioni dell’art. 11 in commento, così come l’interpretazione ministeriale, sembrano preludere al tentativo di porre un filtro reale al proliferare del contenzioso in materia di lavoro.

Oltre a ciò, l’istituto si pone come una sorta di patteggiamento preventivo rispetto ad un’eventuale ispezione su istanza della parte offesa. Quindi, si prefigge di ridurre il contenzioso anche tra la PA ed il datore di lavoro.

La conciliazione monocratica, così come indicato dal nome, si sostanzia di un organo costituito da un solo conciliatore, nella persona di un funzionario, anche ispettivo, della DPL, chiamato ad intervenire su istanza di parte o su mozione di altro funzionario ispettivo. La conciliazione di che trattasi può classificarsi, infatti, in due tipologie:

· la conciliazione preventiva
· la conciliazione contestuale

La prima tipologia è attivabile su istanza di parte. La Circolare Ministeriale fa riferimento, nel considerare i soggetti legittimati a tale attivazione unicamente ai lavoratori, eventualmente rappresentati da delegati sindacali. Infatti, la procedura si prefigge di risolvere le situazioni in cui la DPL è azionata da denunce di irregolarità da parte dei lavoratori, mettendo in atto un tentativo di persuadere la parte datoriale a recedere dal comportamento omissivo rispetto alla norma di legge o di contratto.

In particolare si possono dirimere nella sede in commento i danni patrimoniali nei confronti dei lavoratori ove ciò non implichi l’integrazione di un reato ovvero la denuncia non riguardi un rapporto certificato ai sensi del titolo quarto del decreto legislativo 276/2003.
Infatti, nel caso in cui il comportamento omissivo integri un reato non può che darsi luogo all’ispezione.

La revisione della certificazione di un rapporto di lavoro, invece, è di competenza esclusiva, in prima istanza, della Commissione di Conciliazione. 

Possono invocare la conciliazione monocratica non solo i lavoratori subordinati, ma anche i titolari di rapporto di lavoro autonomo e parasubordinato (laddove siano violate le regole degli stessi ovvero il nomen iuris mascheri un rapporto di lavoro subordinato).

Il funzionario della DPL, investito della controversia, procede alla convocazione delle parti con raccomandata, dando loro avviso della possibilità di farsi rappresentare da delegati sindacali oppure da consulenti del lavoro ovvero da altri professionisti riconosciuti abilitati agli adempimenti in materia di lavoro dalla Legge n. 12/79.

È possibile anche la trattazione di controversie multiple, ferma restando la necessità che ognuna venga conclusa in via separata.

La controversia può essere chiusa positivamente nel momento in cui gli adempimenti retributivi e/o previdenziali, concordati in sede conciliativa, sono saldati dal datore di lavoro in relazione al periodo di competenza riconosciuto dalle parti. Nelle more della definizione della conciliazione, restano sospesi i termini per la notifica degli addebiti eventualmente rilevati in sede ispettiva. 

È consentito il ricorso alla rateazione del debito contributivo, al cui accoglimento da parte dell’Istituto previdenziale competente resta legata l’archiviazione dell’accesso ispettivo. Nulla viene detto, né dal testo legislativo né dall’interpretazione ministeriale circa le somme accessorie dovute a titolo di sanzione civile. Tuttavia, non pare potersi mettere in dubbio che le stesse siano dovute, giacché i versamenti sono da determinarsi in ragione delle norme in vigore, ancorché concordati in sede conciliativa.

La conciliazione contestuale differisce dalla preventiva, per il fatto di venir posta in atto in sede di ispezione dal funzionario della DPL preposto, ove ne rinvenga i presupposti. Lo stesso, nel caso, informa la DPL, affinché questa convochi le parti, con procedura analoga a quella sopra delineata.

Nell’una tipologia come nell’altra, il mancato accordo, verbalizzato, comporta l’esecuzione della procedura ispettiva.

Certamente ci vorrà tempo prima di poter comprendere se il nuovo strumento ha le potenzialità per decongestionare l’iter processuale classico. Tuttavia, è altrettanto certo che, se forme processuali minori non prenderanno piede, si avvicinerà inevitabilmente l’ora della completa paralisi processuale.

Articolo a cura del Dott. Stefano Camassa
Consulente del Lavoro – stcamass@tin.it

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