Parametro oggettivo di riferimento, reso obbligatorio per qualsiasi rapporto gestito, sia relativamente alle gestioni patrimoniali, sia che si tratti di fondi comuni.


Generalità

La definizione per la CONSOB è infatti un parametro oggettivo di riferimento che riproduce un portafoglio virtuale di attività finanziarie con le seguenti caratteristiche:
rappresentativo ( del rischio tipico dei mercati in questione)
replicabile ( e quindi composto di strumenti negoziabili)
accettato ( come riferimento oggettivo)
coerente ( con la linea di investimento) 
In pratica,” ..una sintetica indicazione dei termini del mandato conferito al gestore..” per una “..valutazione dell’utilizzo del potere discrezionale riconosciuto allo stesso.."

E’ stato reso obbligatorio per qualsiasi rapporto “gestito”, sia relativamente alle gestioni patrimoniali, sia che si tratti di fondi comuni.
Il benchmark, come da comunicazione CONSOB del 24 marzo 2000, è ritenuto necessario ” ..salvo quando risulti impossibile l’individuazione( fondi globali)…" anche per tutti i fondi cosiddetti ” flessibili”. In alcuni casi può coincidere con un singolo indice, ma più spesso viene costruito con percentuali complesse di indici, scelte e pesate in modo da rappresentare nel modo più accurato possibile il profilo del comparto del fondo o quello della strategia della gestione patrimoniale 
Questa pietra di paragone è stata inventata con una eccellente intenzione: in sua assenza era praticamente impossibile paragonare tra di loro, entro i propri ambiti, gli strumenti gestiti ( Oicr e gestioni patrimoniali : d’ora in avanti _—gestioni—_).

L’investitore
, confrontando i benchmark, potrebbe:
– conoscere come settore, il contenuto nella gestione che si accinge ad acquistare;
– misurarlo con il proprio profilo di rischio;
– individuare raggruppamenti di gestioni analoghe; 
– paragonare i risultati in un ambito omogeneo di affinità;
– scegliere con cognizione di causa le proprie gestioni;
– controllare che le commissioni di performance non siano distorte da paragoni inefficienti.
Il promotore finanziario, potrebbe contare:
– su uno strumento oggettivo di valutazione del prodotto;
– su uno strumento oggettivo per aiutare l’investitore a ripartire il portafoglio;
– su uno strumento efficace di marketing.
Il gestore, assistito dal benchmark, potrebbe infine:
– riprodurlo con una minima fatica e mezzi informatici;
– tentare di batterlo, partendo da un riferimento oggettivo e più puntuale che non il mercato generico;
– utilizzarlo come alibi.


Il rovescio della medaglia

In effetti, quando esiste la necessità di assumere un modello, l’argomento considerato viene quasi sempre forzato in una gabbia, che per un verso difende, per l’altro imprigiona.
Inoltre, prendere una struttura complessa e renderla tout court semplice, inquadrandola in comparti circolari, è un esercizio che il burocrate ed il legislatore hanno sempre intrapreso con entusiasmo, ma con i risultati che tutti possiamo quotidianamente “apprezzare”. 
Infatti il benchmark legge, secondo i parametri che lo governano, il valore puntuale degli indici che lo compongono: non altro; 
Mentre la gestione, in più, incassa e utilizza cedole e dividendi; in meno, paga tasse e spese varie, e comunica il proprio valore al netto. Oltre a questa dissonanza, ce n’è un’altra non indifferente: gli indici utilizzati per costruire i benchmark, non sono standardizzati, alcuni, ad esempio, registrano, elaborano e tengono conto dei dividendi. Le difficoltà di lettura saltano all’occhio.

Alcune precisazioni sono d’obbligo per dire qualche parola sugli indici, che non sono necessariamente benchmark.
Gli indici sono indicatori sintetici formati da panieri di titoli, costruiti e gestiti in tempo reale da società di investimento con tecniche molto sofisticate (e non standardizzate), proprio per riflettere l’andamento delle Borse, o di segmenti notevoli delle Borse.
La capacità di rappresentare i segmenti prescelti governa la diffusione degli indici, e le società si impegnano a costruire elaborati sempre più adatti all’uso, per rispondere sempre meglio alle esigenze del mercato : uso che viene remunerato dagli utilizzatori sia attraverso le commissioni che gli operatori pagano per averne una lettura in tempo reale, sia attraverso le licenze acquistate tanto dai fondi per l’utilizzo e l’inserimento nei prospetti, quanto dai “creatori” di strumenti derivati attinenti o sottostanti. Per esempio, Ftse sta insidiando la supremazia (o monopolio..) di Stoxx sugli indici europei, e Standard & Poor’s ha accordi con Borsa Italia, relativi al Mib 30.

Inoltre, l’investitore vedrà il benchmark, ma non avrà la percezione della volatilità utilizzata, che potrebbe non corrispondere al proprio profilo di rischio. In effetti potrà intravedere la strategia, ma solo raramente conoscerà la tattica che la gestione mette in atto, come nel caso di hedge funds o di gestione passiva dichiarata.
Solo nel rapporto di gestione patrimoniale, e in casi non frequenti, sarà informato sulla filosofia di gestione, direttamente dal gestore..
Il gestore, dal suo canto, essendo soggetto a controlli istituzionali, è limitato fortemente nella propria scelta e nell’utilizzo degli innumerevoli strumenti che il mercato mette a sua disposizione, e sospinto verso un comodo appiattimento sul benchmark di riferimento. Il benchmark, per quanto si è detto, ha quindi difensori convinti e detrattori acerrimi.

Si può sostenere quindi che, come in ogni pratica umana, saranno l’abuso o l’uso distorto, a produrre danni ; mentre il buon senso e la consapevolezza sapranno utilizzare con vantaggio qualsiasi strumento a disposizione.

Nonostante i dati contenuti siano frutto di una attenta analisi e le fonti consultate siano da ritenersi affidabili, non mi è possibile comunque garantirne l’esattezza. Questo articolo non deve essere letto come fonte di consigli per interventi su mercati finanziari, e non costituisce servizio di consulenza o sollecitazione del pubblico risparmio.

Articolo scritto da Antonio Lucenti – BCV Gestion sim spa 
Per informazioni scrivere a
lucenti@antoniolucenti.it – Tel 0258303435

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