Anatocismo bancario, commissioni di massimo scoperto, interessi ultralegali e giorni valuta: l’ultima pronuncia della Cassazione a sezioni unite, e le più recenti sentenze dei giudici di merito

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1. La sentenza di Cassazione n. 21095, del 4 novembre 2004. 

Il 4 novembre 2004, il sistema bancario italiano ha ricevuto un altro durissimo colpo nell’ambito dell’annosa querelle sulla legittimità o meno della prassi, invalsa presso tutti gli Istituti di credito, di capitalizzare, con periodicità trimestrale, gli interessi passivi da addebitare sui conti correnti bancari ordinari.
In realtà, la Suprema Corte di Cassazione, a sezioni unite, con la sentenza 4 novembre 2004, n. 21095, non ha fatto altro che consolidare l’orientamento giurisprudenziale, ormai unanime sul punto, formatosi successivamente alle prime sentenze del 1999, emesse dal medesimo organo giurisdizionale, che hanno determinato una svolta radicale nella materia oggetto di commento in questa sede, rispetto a quelle emesse nel corso del ventennio precedente.

La sentenza in parola ha riscosso notevolissima eco anche presso gli organi di stampa e comunicazione non specializzati, determinando un’impennata delle richieste di rimborso, da parte dei titolari di conti correnti bancari, degli interessi anatocistici agli stessi illegittimamente addebitati.
E’ la prima volta, dall’emissione delle prime sentenze favorevoli agli utenti, che hanno determinato il succitato revirement giurisprudenziale, che la questione viene rimessa alle Sezioni Unite della Suprema Corte, e dalle medesime decisa pro correntisti.

Le stesse, interpellate sul punto, hanno, in primo luogo, ribadito l’illegittimità delle clausole bancarie anatocistiche.
Al riguardo, infatti, nella sentenza di che trattasi, viene precisato che “gli , suscettibili di derogare al precetto dell’articolo 1283 Cc, sono non i meri usi negoziali di cui all’articolo 1340 Cc ma esclusivamente i veri e propri “usi normativi”, di cui agli articoli 1 e 8 disp. prel. Cc, consistenti nella ripetizione generale, uniforme, costante e pubblica di un determinato comportamento (usus), accompagnato dalla convinzione che si tratta di comportamento (non dipendente da un mero arbitro soggettivo ma) giuridicamente obbligatorio, in quanto conforme a una norma che già esiste o che si ritiene debba far parte dell’ordinamento giuridico (opinio juris ac necessitatis). (…) Dalla comune esperienza emerge che i clienti si sono nel tempo adeguati all’inserimento della clausola anatocistica non in quanto ritenuta conforme a norme di diritto oggettivo già esistenti o che sarebbe auspicabile fossero esistenti nell’ordinamento, ma in quanto comprese nei moduli predisposti dagli istituti di credito, in conformità con le direttive dell’associazione di categoria, insuscettibili di negoziazione individuale e la cui sottoscrizione costituiva al tempo stesso presupposto indefettibile per accedere ai servizi bancari. Atteggiamento psicologico ben lontano da quella spontanea adesione a un precetto giuridico in cui, sostanzialmente, consiste l’opinio juris ac necessitatis, se non altro per l’evidente disparità di trattamento che la clausola stessa introduce tra interessi dovuti dalla banca e interessi dovuti dal cliente”.
Ma vi è di più.

“(…) Le pattuizioni anatocistiche, come clausole non negoziate e non negoziabili, perché già predisposte dagli istituti di credito, in conformità a direttive delle associazioni di categoria, venivano sottoscritte dalla parte che aveva necessità di usufruire del credito bancario e non aveva. quindi, altra alternativa per accedere ad un sistema connotato dalla regola del prendere o lasciare. Dal che la riconducibilità, ab initio, della prassi di inserimento, nei contratti bancari, delle clausole in questione, ad un uso negoziale e non già normativo , come correttamente ritenuto dalle sentenze del 1999 e successive”.
La sempre più pressante esigenza, avvertita dal legislatore italiano nel corso degli anni novanta, e risoltasi in una copiosa produzione normativa, di protezione del contraente più debole, di tutela specifica del consumatore, di garanzia della trasparenza bancaria e della disciplina dell’usura, ha senza dubbio contribuito a scuotere le coscienze ed a provocare il revirement più volte richiamato.

Ma la più rilevante novità, introdotta dalle Sezioni Unite nella sentenza in commento, risiede nell’enunciazione del principio secondo il quale la censurabilità di siffatta prassi iniqua praticata dalle banche debba retroagire anche con riferimento a quegli anni antecedenti alle prime pronunce del 1999 dei giudici di legittimità, che sancirono la nullità delle clausole anzidette.
La Cassazione, infatti, nella sentenza in commento, precisa che, proprio dalle argomentazioni sopra richiamate, “discende come logico ed obbligato corollario(…) che, in presenza di una ricognizione, pur reiterata nel tempo, che si dimostri poi però erronea nel presupporre l’esistenza di una regola in realtà insussistente, la ricognizione correttiva debba avere una portata naturaliter retroattiva, conseguendone altrimenti la consolidazione medio tempore di una regola che troverebbe la sua fonte esclusiva nelle sentenza che, erroneamente presupponendola, l’avrebbero con ciò stesso creata”.
In altri termini, quindi, le Sezioni Unite hanno sconfessato la ventennale giurisprudenza antecedente alle note sentenze del 1999, ritenendo che la stessa si era fondata sull’erroneo, per i motivi anzidetti, convincimento che le clausole bancarie anatocistiche potessero configurare degli “usi contrari”, suscettibili di derogare al divieto di anatocismo, imposto dal disposto di cui all’art. 1283, c.c..

Un siffatto errato orientamento giurisprudenziale aveva ingenerato “nei clienti una “opinio iuris” del meccanismo di capitalizzazione degli interessi, inserito come clausola insuscettibile di negoziazione nei controlli stipulati con la banca”, ed idonea a “conferire normatività ad una prassi negoziale (che si è dimostrato essere) contra legem”.
Ebbene, la regola dell’applicazione del meccanismo di capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, susseguente ad un siffatto convincimento, proprio perché frutto di erronea valutazione, deve essere considerata come illegittima ab origine, e, come tale, nulla, nonché meritevole di correzione con effetto naturaliter retroattivo, e non solo a decorrere dal momento in cui il vizio è stato rilevato.

L’appena evidenziata nullità ab origine delle clausole anatocistiche è stata, infatti, come acutamente osservato dalle Sezioni Unite nella nota sentenza n. 21095, avvertita anche dal legislatore, il quale, “nell’intento di evitare un prevedibile diffuso contenzioso nei confronti degli istituti di credito ? ha dettato, nel comma 3 dell’articolo 25 del (…) D. Lgs 342/99, una norma ad hoc, volta appunto ad assicurare validità ed efficacia alle clausole di capitalizzazione degli interessi inserite nei contratti bancari stipulati anteriormente alla entrata in vigore della nuova disciplina, paritetica, della materia, di cui ai precedenti commi primo e secondo del medesimo articolo 25. Quella norma di sanatoria è stata, però, come noto, dichiarata incostituzionale, per eccesso di delega e conseguente violazione dell’articolo 77 Costituzione, dal Giudice delle leggi, con sentenza n. 425 del 2000”.

2. Le sentenze pronunciate dai giudici di merito nel 2004. 

Anche la giurisprudenza di merito si è, nel corso del 2004, pronunciata in modo pressoché unanime nel senso di una condanna, non solo della prassi dell’anatocismo bancario, ma anche di altre pratiche invalse negli usi delle Banche, quali l’addebito, sul conto corrente, di costi, mai preventivamente concordati con il consumatore, quali le spese di tenuta e chiusura conto e le commissioni di massimo scoperto, l’applicazione di interessi ultralegali e la determinazione arbitraria di giorni valuta sulle operazioni poste in essere.
Tra le altre, meritevoli di menzione appaiono le seguenti sentenze: Trib. Lecce, 28 gennaio 2004, n. 522; Trib. Lecce, 11 febbraio 2004, n. 352; Trib. Lecce, 5 aprile 2004, n. 42; Trib. Lecce, 14 aprile 2004, n. 1736; App. Taranto, 16 giugno 2004, n. 310; Trib. Cassino, 29 ottobre 2004, n. 1245; Trib. Torino, 3 novembre 2004; Trib. Trani, 9 dicembre 2004, n. 1305.

Con particolare riferimento alle commissioni di massimo scoperto, alle spese di tenuta e chiusura conto, agli interessi ultralegali ed ai giorni valuta, merita un cenno la decisione su menzionata del 5 aprile 2004, n. 42, con la quale il Tribunale di Lecce analizza e censura fermamente il contenuto della clausola usualmente inserita dagli Istituti di credito nei contratti di conto corrente ordinario, alle condizioni generali, a mente della quale “le operazioni di accredito e di addebito vengono regolate secondo i criteri concordati con il correntista o usualmente praticati dalle Banche sulla piazza con le valute indicate nei documenti contabili o comunque negli estratti conto. Secondo gli stessi criteri sono applicate e rese note le commissioni sul massimo scoperto e le spese di tenuta del conto”.

Al riguardo il Tribunale osserva quanto segue: “tale clausola (non ritenendosi invece fondata l’asserita mancanza di valida giustificazione causale con particolare riferimento alla cms) deve ritenersi nulla per indeterminatezza dell’oggetto ex art. 1346 c.c., rinviando o ancora una volta ad un non meglio precisato uso piazza ovvero a criteri concordati tra le parti”.
Identica censura è stata mossa dall’organo giurisdizionale in parola in tema di determinazione arbitraria di giorni valuta sulle operazioni poste in essere.

Articolo scritto dall’ Avv. Massimiliano Nicodemo 
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