Nonostante lo scarso eco che i mezzi di comunicazione continuano a riservare al tema dell’anatocismo, i giudici di merito proseguono nella pronunzia di sentenze e nell’emanazione di ordinanze favorevoli agli utenti.

Il diritto alla ripetizione delle ingenti somme corrisposte agli istituti di credito da parte di privati, persone fisiche e società, è oggi garantito da un orientamento giurisprudenziale sempre più univoco.
In virtù delle norme vigenti, infatti, è ormai riconosciuta ed assodata (in assenza della condizione di reciprocità) la nullità assoluta ed insanabile della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi contenuta in tutti i contratti di conto corrente.

L’indiscussa contrarietà di detta pattuizione al chiaro disposto dell’art. 1283 c.c. (In mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi) rende pressoché automatico l’accoglimento della domanda giudiziale di rimborso delle somme indebitamente percepite dagli istituti bancari negli anni trascorsi.
La Corte d’Appello di Milano ha di recente applicato il principio fino alle sue estreme conseguenze, dichiarando nullo in sé il meccanismo anatocistico, non solo su base trimestrale, ma anche annuale. 
Ma vi è di più. In tutti i casi in cui la sottoscrizione del contratto è avvenuta precedentemente all’entrata in vigore della L. 17 febbraio 1992, n. 154, le cifre a rimborso che spettano all’utente interessato aumentano considerevolmente.

Questo provvedimento (c.d. legge sulla trasparenza bancaria) ha, di fatto, accertato lo squilibrio contrattuale tra istituti di credito e clienti, concedendo ai primi il diritto di mutare le condizioni dell’accordo in qualsiasi momento in corso di rapporto, purché siano rispettate le formalità volte a portare le modifiche peggiorative a conoscenza dei destinatari.
Tale ‘espediente’ normativo non opera, però, per il periodo antecedente all’entrata in vigore della legge, e le logiche conseguenze di ciò, tutelano adeguatamente i diritti degli utenti.

I giudici di merito, infatti, applicano la regola in base alla quale tutto quanto non sia stato espressamente pattuito tra le parti, non può essere arbitrariamente imposto in un rapporto contrattuale interprivatistico.

Da tale elementare principio discende il diritto al rimborso di tutte quelle voci di costo indicate per anni sugli estratti conto e mai concordate con le banche di riferimento: commissioni di massimo scoperto, spese ed oneri di qualsiasi natura (ad eccezione, naturalmente, delle imposte), applicazione del meccanismo dei giorni valuta (in base al quale gli istituti di credito rendono fruttifere le somme versate solo dopo alcuni giorni dalla data dell’operazione, laddove anticipano contabilmente il momento di addebito di quelle prelevate per incamerare interessi a loro vantaggio).

Ma l’onere che maggiormente ha inciso nel tempo sul debito dell’utente è rappresentato dal tasso di interesse passivo applicato.
Le clausole contenute nei contratti bancari che determinano tale voce di costo, richiamandosi alle condizioni usualmente praticate su piazza possono essere oggetto di seria e fondata contestazione.

Esse sono oggi considerate insanabilmente nulle per indeterminatezza, e sostituite con norme di diritto. In particolare, viene in soccorso il disposto dell’art. 1284 c.c. il quale prescrive che i c.d. interessi ultralegali devono essere stabiliti per iscritto, altrimenti sono dovuti nella misura legale.

Riducendo il tasso di interesse effettivo a quello legale, eliminando tutte le predette voci passive mai concordate con la banca, ed, altresì, tutte le ulteriori somme corrisposte a titolo di interessi anatocistici, si possono determinare rilevanti importi a credito il cui rimborso appare legittimo ed oltremodo dovuto.

Il meccanismo anatocistico ha ricevuto logica e conseguente applicazione anche con riferimento ad un’altra figura contrattuale diffusissima nella prassi: il contratto di mutuo.
La Suprema Corte di Cassazione, in occasione della recentissima sentenza n. 2593 del 20 febbraio 2003, ha statuito che nei contratti di mutuo che prevedono un piano di rimborso differito nel tempo, mediante il pagamento di rate composte in parte da capitale ed in parte da interessi, questi ultimi conservano la loro natura, e non possono trasformarsi in capitale da restituire, sul quale fare maturare altri ed ulteriori oneri: la clausola contestuale alla stipulazione che stabilisce che le rate scadute producono interessi sull’intera somma viola, infatti, il disposto di cui all’art. 1283 c.c.

Il diritto alla ripetizione degli interessi anatocistici corrisposti alle banche, dunque, sussiste oggi anche per questa tipologia di contratti.
Il panorama prospettato, offre, quindi, agli utenti un’ampia ed articolata serie di opportunità che potranno essere colte semplicemente rivendicando diritti anche risalenti a molti anni addietro e ottenendo il rimborso di importi anche assai rilevanti.

Articolo scritto da Massimiliano Nicodemo
Studio legale tributario aziendale Nicodemo – www.giuristionline.com

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